Come spiegare ai bambini che cos’è l’autismo e insegnargli a convivere con le neurodivergenze

Sempre più spesso nelle classi scolastiche sono presenti bambini che fanno parte del cosiddetto Disturbo dello Spettro dell’Autismo (ASD in sigla). Di conseguenza genitori ed educatori si trovano a dover rispondere con sempre maggiore frequenza a domande dei più piccoli che riguardano questo tema, spesso misterioso e complesso persino per noi adulti, figuriamoci per i più piccoli.

“Ma perché il mio compagno non mi guarda mai negli occhi?”, “Perché anche all’intervallo sta da solo a disegnare?”, “Che cosa vuol dire autistico?”. Sono tutti interrogativi che i bambini ci rivolgono per la loro naturale curiosità. E spesso queste domande colgono impreparati o mettono in imbarazzo gli adulti. Non perché i piccoli stiano facendo qualcosa di sbagliato, anzi, è vero il contrario. Stanno facendo esattamente quello che dovrebbero fare: osservare il mondo, notare le differenze e cercare di capire.

Il problema, semmai, è che spesso sono i grandi per primi a non avere le parole giuste per rispondere o a non comprendere del tutto questo mondo. E proprio per aiutarli in questa missione, QUID+ ha pubblicato la raccolta di racconti Tutti i colori dell’autismo.

Che cos’è l’autismo?

Con questo termine ombrello si intende un disturbo neurobiologico dello sviluppo che accompagna l’individuo per tutto l’arco della sua vita.

Il primo aspetto da tenere in assoluta considerazione quando si parla di autismo, e da spiegare in modo chiaro quando si affronta questo tema con i bambini, è che essere riconosciuti come appartenenti al cosiddetto Spettro dell’Autismo non significa avere una malattia da cui è necessario curarsi e guarire, ma essere dotati di un cervello che elabora le informazioni e si relaziona con l’ambiente esterno in modo diverso rispetto a quello della maggior parte della popolazione. Tant’è che non si dice che una persona “ha l’autismo”, ma che “è autistica”.

Ecco perché quando si parla di autismo si utilizza spesso il termine “funzionamento”: essere autistici vuol dire avere un cervello che “funziona” in modo differente, con una modalità di comprendere e interagire con il mondo diversa da quella degli altri ma non per forza meno efficace.

Il concetto di neurodivergenza

Il Disturbo dello Spettro autistico fa parte delle cosiddette neurodivergenze, ovvero di quelle variazioni naturali del funzionamento del cervello rispetto a quello della maggioranza della popolazione.

Questa diversità di fondo rispetto alla norma, abbinata all’utilizzo del termine “disturbo” per identificarla, potrebbe indurre a pensare che questa condizione sia sempre assimilabile ad una forma di disabilità. In realtà essere autistici o appartenere a qualsiasi altra forma di neurodivergenza non significa necessariamente avere una condizione di disabilità, perché quest’ultima presuppone una duratura compromissione fisica, mentale, intellettiva o sensoriale che rende chi ne fa parte necessariamente meno autonomo nello svolgimento di alcune attività quotidiane, cosa che non si può dire per tutte le persone autistiche, dislessiche, ADHD o identificate con una qualsiasi altra forma di neurodivergenza.

Parlare in modo costruttivo e inclusivo di autismo e delle altre neurodivergenze significa riconoscere che possono esistere diversi modi con cui la nostra mente interpreta gli stimoli e il mondo in generale senza che ciò sia un problema.

Per molte persone l’autismo costituisce una disabilità importante, talvolta profonda, che può compromettere significativamente l’autonomia, la comunicazione e la possibilità di partecipare alla vita sociale e richiedere livelli elevati di supporto per tutta la vita. È una realtà che può comportare una grande fatica quotidiana, per le persone autistiche e per le loro famiglie, non sempre adeguatamente sostenute dai servizi e dalla comunità. In altri casi, invece, le caratteristiche autistiche incidono molto meno sul funzionamento e sull’autonomia della persona. Riconoscere l’ampiezza dello Spettro significa tenere insieme entrambe queste realtà, senza minimizzare la disabilità e la sofferenza quando sono presenti e senza considerarle necessariamente rappresentative di ogni esperienza autistica.

Le caratteristiche e i livelli dell’autismo

Quando si parla di autismo è difficilissimo fare discorsi generali, che valgano per tutte le persone appartenenti allo Spettro. L’autismo si manifesta in modo molto vario a seconda della persona, anche se si possono citare alcune caratteristiche molto ricorrenti.

– Difficoltà nella comunicazione sociale: come mancanza di contatto visivo, scarso interesse per le interazioni e la comunicazione con le altre persone e difficoltà a rispettare le norme sociali.

– Comportamenti ripetitivi e interessi limitati: come i movimenti motori stereotipati e una grande aderenza alle routine.

– Reattività sensoriale anomala: come una sensibilità troppo o troppo poco marcata per gli stimoli visivi, uditivi o tattili, che possono compromettere in modo significativo le attività quotidiane e le relazioni interpersonali.

A seconda del bisogno di (sostegno) supporto di cui hanno bisogno, le persone autistiche vengono suddivise dal DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali nella sua 5^ edizione, del 2013), in tre livelli di supporto.

  • Livello 1: in cui l’autonomia della persona è molto buona, tanto che non sempre è facile rilevare la sua appartenenza allo Spettro;
  • Livello 2: in cui l’autonomia è abbastanza compromessa e la persona necessita di “supporto sostanziale”;
  • Livello 3: in cui l’autonomia è gravemente compromessa e la persona necessita di “supporto molto sostanziale”.

Questi livelli sono semplicemente un’istantanea del bisogno di supporto che la persona ha in quel determinato momento, non sono indici della “gravità” generale del suo autismo. Inoltre sono mobili e possono variare a seconda dei cambiamenti bio-psico-sociali nell’arco della sua vita.


Tutti diversi, nessuno sbagliato

C’è una cosa che i bambini sanno fare meglio di qualsiasi adulto: accettare senza alcun tipo di problema le differenze, almeno finché nessuno insegna loro a non farlo. I bambini di natura non si giudicano tra loro per il modo in cui parlano, si muovono o reagiscono alle situazioni.

Quella tendenza al giudizio, quella sensazione che “diverso” significhi “sbagliato”, semmai la imparano strada facendo, nel corso della loro crescita: a partire dalle parole che sentono, dai comportamenti che osservano, oppure dal modo in cui i loro adulti di riferimento reagiscono a ciò che non capiscono.

Questo significa che i genitori e gli educatori hanno una responsabilità enorme, e allo stesso tempo un privilegio straordinario: scegliere cosa insegnare ai più piccoli. E così è possibile e necessario far passare il messaggio che il mondo è fatto di tanti modi diversi di essere, di pensare, di sentire e, soprattutto, che nessuno di questi modi è sbagliato.

Capire e far comprendere ai bambini questo modo di pensare rappresenta il primo passo verso un’inclusione autentica, non soltanto fatta di parole, ma di fatti concreti e vissuta ogni giorno con naturalezza.

Conclusioni: l’importanza di dare risposte chiare

Ecco che allora, tornando alle domande che i più piccoli giocoforza pongono ai loro adulti di riferimento, è importante che i genitori e gli educatori trovino il modo migliore per spiegare ai più piccoli concetti complessi, ma al tempo stesso sempre più comuni, come quelli legati alla sfera dell’autismo.

Per farlo è bene dare spiegazioni in maniera precisa, ma ovviamente con parole adatte alla loro età e alla loro sensibilità. In particolare i racconti e le metafore che sfruttano immagini che i piccoli conoscono bene, possono essere tra i migliori alleati per questa missione, che consente di far crescere adulti di domani più consapevoli e sensibili a questi temi e, di conseguenza, un mondo più inclusivo.

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